DiversaMente, il mio blog
- Valentina Aveta

- 5 set 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 12 ott 2025
Negli ultimi otto anni, anche grazie ai social media, ho scoperto e approfondito un tipo di educazione diversa da quella che conoscevo.
Ho incontrato un punto di vista alternativo rispetto a un modello educativo che non sentivo mio: fatto di punizioni, gerarchie e di una visione del bambino come una persona da cui pretendere obbedienza.
Ho iniziato a riflettere su quanto la genitorialità richieda azioni intenzionali, consapevoli e pensate. Perché l’istinto, da solo, spesso ci riporta a ripetere ciò che abbiamo vissuto come figli.
Lo stile genitoriale che adottiamo è in gran parte ereditato dai nostri genitori – che certamente hanno fatto del loro meglio – ma oggi, io, che tipo di genitore voglio essere?
Ho cominciato a leggere libri e ad ascoltare podcast, e questo ha cambiato – e continua a cambiare – profondamente il mio modo di leggere la realtà. Ha trasformato il mio approccio come genitore, come individuo e, inevitabilmente, mi ha spinta a pormi domande anche sul mio lavoro. Come insegnante nella scuola primaria, sento tutta la responsabilità del mio ruolo: accompagnare, per un tratto di strada, bambini e famiglie nel loro percorso di crescita.
Mi chiedo spesso: qual è – e quale dovrebbe essere – il mio compito? In che modo posso essere davvero l'insegnante di cui hanno bisogno?
La prima necessità, la prima urgenza che sento, è quella di ripartire dal linguaggio .Il linguaggio è il terreno su cui costruiamo la nostra visione del mondo: il modo in cui parliamo di un argomento ne influenzerà profondamente la percezione e il significato. Le parole hanno il potere di accendere i riflettori su un punto di vista, di creare immaginari condivisi, di orientare lo sguardo.
Abbiamo il dovere di allineare il nostro lessico alla visione del mondo che desideriamo costruire. Ad esempio, quando parliamo di disabilità, di neurodivergenze, di inclusione, di diversità – che sono i miei temi del cuore – e di come la scuola si pone (o dovrebbe porsi) di fronte a questi argomenti, il primo passo che sento urgente è proprio questo: costruire un nuovo lessico, porre attenzione alle parole che usiamo.
Non è un processo semplice. A volte sarà impreciso, a volte ci costringerà a rimettere in discussione ciò che credevamo acquisito. Ma sono convinta che partire dal linguaggio sia davvero l’inizio di un cambiamento radicale
Continuando a parlare di disabilità, mi chiedo: Come ne parlo agli altri? E come ne parlo a me stessa? Che termini utilizzo? Ci sono ancora pregiudizi nel mio modo di guardare alla disabilità? E se sì, come posso scardinarli? Mi sto mettendo davvero in ascolto dei bisogni di ogni bambino, senza filtri o sovrastrutture? Questo modello di scuola è davvero inclusivo? Si può fare di meglio? E io, nel mio piccolo, cosa posso fare per rendere la scuola un luogo accogliente, bello e sicuro per tutti, bambini con e senza disabilità?
Come posso essere un sostegno concreto per le famiglie che, per la prima volta, si trovano a confrontarsi con la diversità dei propri figli all’interno di un contesto strutturato come la scuola? Di cosa hanno bisogno per vivere questa esperienza — potenzialmente arricchente — con più serenità?
Nonostante io faccia questo lavoro con amore e passione da dieci anni, oggi sento il bisogno di rimettere in discussione tutto ciò che ho fatto e appreso finora. Tenere ciò che funziona, ciò che ha valore, e osservare con occhio critico ciò che può essere migliorato.
Questo blog nasce proprio da questa idea: mettere in discussione e guardare con occhi nuovi la realtà, non solo quella educativa e scolastica, ripartendo dal linguaggio.
Ho chiamato Diversa-Mente il mio progetto per due motivi:
Perché per raggiungere risultati diversi, per cambiare ciò che da anni è rimasto immobile — come accade spesso nella scuola — c’è bisogno di fare le cose in modo diverso, di pensare “diversamente”.
Perché desidero una società in cui le diversità individuali — comprese disabilità e neurodivergenze — non debbano più essere “incluse”, ma semplicemente riconosciute come parte integrante del sistema. Vorrei che si parlasse meno di inclusione, non perché non sia importante, ma perché l’obiettivo non sia più includere, ma conoscere. Conoscere come funzioniamo noi, e come funziona l’altro. Senza etichette rigide o definizioni limitanti, ma con apertura, curiosità e rispetto
Valentina



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