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Il linguaggio sulla disabilità: perché è così difficile parlarne davvero


inclusione e disabilità
Il linguaggio sulla disabilità

Non sempre ci sentiamo a nostro agio quando dobbiamo parlare di disabilità: il linguaggio che ruota attorno a questo argomento si rinnova e cambia spesso, inseguendo nuove frontiere che si dicono sempre più inclusive. Siamo passati dal dire “persona in condizione di handicap” a “diversamente abile” fino ad oggi: “persona con disabilità”.


Di recente, una nota del Ministero dell’Istruzione e del Merito ha fatto chiarezza su questo aspetto, stabilendo che termini come «handicap», «disabile» e «portatore di handicap» non sono più appropriati e devono essere sostituiti con espressioni quali «condizione di disabilità» e «persona con disabilità», al fine di promuovere un linguaggio più rispettoso e dignitoso.


Valentina, insegnate in una scuola primaria

Ciao, io sono Valentina e da oltre dieci anni opero come insegnante di sostegno nella scuola primaria. Oggi insegno in una scuola della rete "Scuole Senza Zaino" e in questo spazio vi parlo di ciò che mi appassiona e mi motiva ogni giorno.

Parlo di scuola, educazione e genitorialità, con il desiderio di contribuire — nel mio piccolo — ad un cambiamento reale, che parta da dentro le aule.

Credo in un modo di insegnare e di crescere i figli più consapevole e intenzionale, fatto di scelte autentiche, non solo di abitudini tramandate.

Mi impegno a parlare di neurodivergenze e disabilità senza pietismi, con la convinzione profonda che serva un nuovo modo di guardare alle differenze. Perché, in fondo, non siamo tutti — in qualche modo —portatori di diversità?


Come il linguaggio sulla disabilità modella la nostra visione del mondo


Questi continui cambiamenti linguistici possono disorientare e, soprattutto, richiedono tempo per essere assimilati. Non è semplice sostituire vocaboli radicati e far sì che i nuovi termini entrino nel linguaggio quotidiano, soprattutto in contesti estranei al mondo degli “addetti ai lavori”. Quando manca un lessico condiviso, o quando non ci sentiamo pienamente a nostro agio nell’usarlo, finiamo spesso per evitare del tutto l’argomento. Diventa un terreno quasi tabù, oppure viene semplicemente rimosso. Se non abbiamo le parole per nominare una realtà, difficilmente riusciremo a porci domande su di essa o a comprenderla davvero

Come scrive Iacopo Melio nel suo libro "È facile parlare di disabilità (se sai come farlo)":

“…le buone intenzioni non sono sufficienti a costruire ponti”, anzi, a volte rischiano di innalzare barriere ancora più alte.

Penso, ad esempio, a quella forma di pietismo che alimenta una visione della disabilità discriminatoria e stigmatizzante. Quando descriviamo l’altro come una persona “sfortunata”, costretta a portare un peso nella vita a causa della sua condizione, quando affermiamo che noi dovremmo essere grati per la nostra salute “perché invece loro…”, stiamo contribuendo a creare una distanza, una separazione netta tra un “noi” (i sani, i fortunati) e un “loro” (gli sfortunati, i diversi).

Ma questo è un giudizio che diamo sull’altro - “è sfortunato” - senza sapere se corrisponde davvero alla sua esperienza.

Non possiamo saperlo, e non possiamo presumere di farlo. Possiamo, però, imparare a parlare dell’altro senza attribuire giudizi di valore.


Un ragazzo con autismo è, semplicemente, un ragazzo con autismo.

Un bambino in carrozzina è un bambino in carrozzina.

Una bambina con sindrome di Down è una bambina con sindrome di Down.


E, anzi, possiamo fare ancora di meglio:


Un bambino in carrozzina è un bambino.

Un ragazzo con autismo è un ragazzo.

Una bambina con sindrome di Down è una bambina.


Perché la condizione non definisce la persona. La persona viene sempre prima. E il linguaggio che scegliamo dice molto del modo in cui decidiamo di guardarla.

La disabilità è una caratteristica come tante altre, come il colore dei capelli, la miopia, l’albinismo: nessuna caratteristica da sola può esaurire la definizione di un individuo. Quella persona sarà molte altre cose.

Dovremmo provare a guardare l’altro per ciò che è, senza mettere in primo piano la sua disabilità solo perché, ai nostri occhi, appare come la caratteristica più evidente.


Potremmo invece lasciare che sia l’altro a raccontarsi, a esprimere se stesso in tutte le sue parti, senza etichette o riduzioni. Perché ognuno è molto più della propria condizione, ciò che vediamo non è mai tutto.

Quando usiamo definizioni rigide, finiamo per rinchiudere le persone in un recinto troppo stretto, limitando anche la nostra possibilità di conoscerle davvero. È così che nascono frasi come:

“Wow, quel bambino autistico è davvero bravo con il computer, non me l’aspettavo”,

oppure “Nonostante sia in carrozzina, gioca a basket!”,

o ancora “Sai che quel bambino con disabilità disegna benissimo?”

Ci sorprendiamo per cose che, in altri contesti, riteniamo normali. Perché? Perché abbiamo guardato quella persona attraverso il filtro della disabilità, senza concederci il tempo e la possibilità di conoscerla davvero.


Stereotipi e “inspiration porn”: quando lo stupore è discriminazione


Questo atteggiamento ha anche un nome: inspiration porn. Il termine viene utilizzato per la prima volta dall’attivista australiana Stella Young in un intervento TEDx, che ha contribuito a rendere l’espressione nota a livello internazionale, È una forma di discriminazione positiva che descrive le persone con disabilità come “eroi” o “speciali” solo per aver fatto cose ordinarie, creando così una distanza artificiosa tra un “noi” e un “loro”. Anche se animato da buone intenzioni, questo approccio enfatizza le differenze, invece di abbatterle.

A volte, dietro questo atteggiamento, si nasconde il desiderio inconscio di confrontarci con le persone con disabilità per sentirci più fortunati o per trarne motivazione.

Frasi come “Se ci è riuscito lui, posso farcela anche io” sembrano ispiranti, ma in realtà alimentano un clima di discriminazione sottile. Perché usano l’esperienza dell’altro non per comprenderla, ma per misurarci e spronarci, mettendo ancora una volta la disabilità al centro della narrazione, come ostacolo da superare, invece che come una delle tante sfumature individuali possibili.


Mettere in discussione il concetto di normalità


Serve quindi un cambio di prospettiva radicale:

la disabilità non è che una delle tante caratteristiche di un individuo — non lo definisce, né lo rappresenta nella sua interezza.

Ma ancora più a monte, andrebbe messo in discussione lo stesso concetto di “normalità”.

La normalità, semplicemente, non esiste. Siamo tutti, a nostro modo, fuori dalla norma.

Esistono tratti della nostra personalità o del nostro funzionamento che possono essere più o meno comuni, ovvero ricadere all’interno di una media statistica condivisa da molti, oppure tratti e caratteristiche più “speciali”, che appartengono a una minoranza.

Il panorama umano è profondamente variegato, ed è proprio in questa diversità che dovremmo ricercare la nostra ricchezza.

Non per retorica. Non per buonismo. Ma per permettere ad ogni essere umano di esprimere pienamente il proprio potenziale.

Per parlare di disabilità e scardinare gli stereotipi, le buone intenzioni non bastano.

Servono consapevolezza, competenze e un lavoro costante sul linguaggio che scegliamo di usare.

Perché il modo in cui parliamo plasma il modo in cui pensiamo.

E il modo in cui pensiamo può aprire - o chiudere -le porte all'inclusione reale.

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