Qual è il vero significato della parola “neurodivergente”?
- Valentina Aveta

- 6 apr
- Tempo di lettura: 4 min

Cosa significa davvero neurodivergente?
Negli ultimi anni ho sentito e letto il termine "neurodivergente" così tante volte che alla fine mi sono chiesta: ma cosa vuol dire davvero?
Considerato il mio ruolo di insegnate di sostegno nella scuola primaria non potevo non farmi questa domanda. In questo articolo ti offro una panoramica sull'uso del termine neurodivergente in vari contesti linguistici e una nuova prospettiva sul concetto di normalità.
“Neurodivergente, capire e coltivare la diversità dei cervello umani”
Qualche mese fa mi è capitato sott’occhio il libro di Eleonora Marocchini “Neurodivergente, capire e coltivare la diversità dei cervelli umani” una lettura forse non proprio scorrevole per i non addetti ai lavori ma interessante per chi si pone domande sul linguaggio che usiamo per parlare di diversità. Ho poi scoperto che l'autrice aveva partecipato come speaker anche ad un T-Dex. Vi consiglio di andarlo a guardare.
Questo testo mi ha aiutata a comprendere come il lessico non sia neutro e come le parole che usiamo abbiano significati che possono mutare o traslare in ambiti e contesti diversi.
Il termine neurodivergente come spiega l'autrice è nato nel mondo dell’attivismo (soprattutto sui social), nel contesto di un movimento sociale e culturale che si poneva l’obiettivo di promuovere il riconoscimento, il rispetto e la tutela delle persone con funzionamenti neurologici diversi da quelli considerati “tipici”.
Il termine nasce infatti con una finalità di rivendicazione politica:
“…indicare qualsiasi persona che diverga in qualsiasi modo dalla norma neurologica.”

Chi sono: insegnante di sostegno, scuola e neurodivergenze
Ciao, io sono Valentina e da oltre quindici anni opero come insegnante di sostegno nella scuola primaria. Oggi lavoro in una scuola della rete "Scuole Senza Zaino" e in questo spazio vi parlo di ciò che mi appassiona e mi motiva ogni giorno.
Parlo di scuola, educazione e genitorialità, con il desiderio di contribuire — nel mio piccolo — ad un cambiamento reale, che parta da dentro le aule.
Credo in un modo di insegnare e di crescere i figli più consapevole e intenzionale, fatto di scelte autentiche, non solo di abitudini tramandate.
Mi impegno a parlare di neurodivergenze e disabilità senza pietismi, con la convinzione profonda che serva un nuovo modo di guardare alle differenze. Perché, in fondo, non siamo tutti — in qualche modo —portatori di diversità?
Cosa significa oggi il termine neurodivergente
In teoria, quindi, la definizione di “neurodivergente” dovrebbe comprendere chiunque abbia un funzionamento differente dalla norma statistica (cioè dal funzionamento più comune nella specie umana oggi); in realtà, però, le cose sono più complesse.
Dal punto di vista dell’uso corrente, il termine infatti viene spesso utilizzato restringendone il campo semantico, limitandolo cioè alle sole condizioni dei disturbi del neurosviluppo oppure ad ADHD e autismo.
In altre parole, un termine che dovrebbe abbracciare una vasta gamma di tipologie umane (dal Parkinson alla dislessia, ai vari disturbi mentali…) viene in realtà utilizzato solo per una parte di esse.
“Neurodivergente non vuol dire niente ma vuol dire quasi sempre persona autistica o ADHD” Marocchini, Neurodivergente, p. 25
Queste due macroaree, autismo e ADHD, infatti, sono quelle di cui più sentiamo parlare e quelle in cui la differenza tra neurotipicità e neurodivergenza viene percepita come “maggiormente impattante” nella vita delle famiglie e delle persone in generale.
Neurodivergenza, autismo e neurodiversità: oltre la visione patologica
Se pensiamo all’autismo, questo risulta chiaro: anche se una diagnosi di autismo non ci dice quasi nulla sulla futura prospettiva di vita di una persona, spesso porta con sé l’idea di una grave patologia associata a incomunicabilità, sofferenza e sfortuna, insomma di un pesante fardello per le famiglie.
In realtà oggi sappiamo che l’autismo è un insieme di funzionamenti che differiscono dalla norma (differenze che riguardano la comunicazione, il linguaggio, le funzioni intellettive e sensoriali…) e che possono assumere forme e gradazioni molto diverse.
“…Ma dal punto di vista neurotipico le caratteristiche autistiche saranno sempre viste come mancanze, più che come modi diversi di esistere”
Questo avviene proprio perché la neurotipicità si pone come l’unico sguardo privilegiato e oggettivo attraverso cui osservare e descrivere il mondo, senza contemplare altre possibili interpretazioni.
Il concetto di neurodiversità
Interessante anche il percorso del termine “neurodiversità”, preso in prestito dalle scienze sociali e trasferito in ambito medico per spiegare in modo efficace
“…il fatto che le differenze non necessariamente sono difetti e che, anche grazie ad un’interpretazione sempre meno legata a categorie dai confini rigidi anche da parte dei manuali diagnostici, l’autismo e le altre condizioni del neurosviluppo vanno considerati come un funzionamento alternativo (seppure minoritario) rispetto a quello della maggioranza.”
Non esiste un vero “individuo medio”
Un aspetto interessante è che, in realtà, non esiste un vero e proprio “individuo medio”: non esiste cioè una persona che, per ogni parametro del proprio funzionamento, si collochi esattamente nel range della media statistica. In altre parole, se analizzassimo un individuo rispetto a tutte le sue caratteristiche, non potremmo aspettarci che si posizioni sempre nella fascia più “affollata” del grafico, cioè quella centrale.
È molto più probabile, invece, che ciascuno di noi presenti alcune caratteristiche leggermente o significativamente al di sopra o al di sotto della media.
Siamo tutti un po’ autistici o ADHD?
Questa considerazione aiuta a comprendere, almeno in parte, affermazioni come “siamo tutti un po’ autistici” oppure “siamo tutti un po’ ADHD”. Pur essendo imprecise dal punto di vista clinico, queste espressioni contengono un fondo di verità: alcuni tratti tipici del funzionamento autistico o dell’ADHD fanno parte, in diversa misura, del più ampio spettro del funzionamento umano e sono diffusi nella popolazione generale.
Quando i tratti diventano una diagnosi clinica
Ciò che distingue una semplice variazione individuale da una condizione clinicamente significativa è l’intensità di questi tratti, la loro pervasività e, soprattutto, il loro impatto sulla qualità della vita della persona.
Saranno infatti questi elementi, valutati in sede clinica, a orientare verso un’eventuale diagnosi di autismo o ADHD.




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